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Tecnologie e Società

 

A scuola con Lukes e Foucault per riconoscere i segni del potere

Antonio Tursi

 

 

 

 

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In The Manchurian Candidate di Jonathan Demme (Usa, 2004), il potere - quello vero, invisibile e irresponsabile - decide di costruirsi un candidato alla Presidenza del Paese indicato come unica superpotenza del mondo globale, gli Stati Uniti. «Costruirsi» è qui letterale: al predestinato viene impiantato un microchip che ne consenta la manipolazione diretta e perfetta. Il potere visibile, quello del capo della superpotenza, viene in verità determinato da un potere più profondo e meno identificabile: anche il potente per eccellenza dei nostri giorni è dunque dominato. Figuriamoci quelli che potenti non lo sono, neppure prima facie.

Questa profondità del potere, non sempre facile da cogliere, è l’oggetto di studio privilegiato da Steven Lukes di cui l’editrice Vita e Pensiero pubblica la seconda edizione, ampliata da due nuovi contributi, del classico Il potere: una visione radicale (pp. 184, euro 16).  Rispetto al film evocato, la tridimensionalità del potere di cui parla Lukes non consiste in un metodo così invasivo come l’innesto di un microchip. E neppure è dovuta all’azione intenzionale di qualcuno. Proprio l’enfasi sul comportamento intenzionale di un agente nei processi decisionali, è anzi il primo elemento che Lukes critica rispetto alla visione uni-dimensionale del potere elaborata da Robert Dahl. Questi considera A avere potere su B «quando riesce a far fare a B qualcosa che B altrimenti non farebbe». Il potere corrisponderebbe dunque al prevalere di una decisione in questioni chiave sulle quali è osservabile un conflitto tra preferenze politiche diverse.

Ma - osserva Lukes - non tutti arrivano ad elaborare preferenze politiche, non tutti sono attori nei conflitti, non tutte le questioni suscitano conflitto. A fare la differenza è la terza dimensione del potere. Il potere è tale se non si esercita nei soli processi decisionali, ma anche nel controllo dell’agenda delle questioni sulle quali prendere decisioni. Di più, il potere non ha neppure bisogno di decidere intenzionalmente tale agenda. Il vero potere è una capacità, non un esercizio effettivo. A chi domina si garantisce acquiescenza, anche senza che egli faccia qualcosa in particolare per garantirsi tale acquiescenza (minacce, sanzioni, mobilitazioni).  La terza dimensione del potere consiste, infatti, nell’influenzare o determinare i desideri altrui. «Riuscire a influenzare i desideri degli altri e garantirsi la loro acquiescenza tramite il controllo dei loro pensieri e desideri non è forse la prova di potere più lampante che esiste?» Come si possono influenzare o determinare i pensieri e desideri altrui? «Il giudizio degli uomini può essere influenzato in molteplici e quasi incredibili maniere» osserva Spinoza, ma decidendo di farlo di punto in bianco neppure il più potente dei potenti vi riuscirebbe. Le strade per giungere a questo obiettivo sono infatti storicamente e socialmente lastricate. Il potere, nella sua tridimensionalità, si fonda su una naturalizzazione di quelle che sono invece forme di vita storiche: far passare come naturali abitudini, norme, costrizioni che sono in tutto e per tutto socialmente determinate - questa è la sua capacità.

Far sì che le donne si percepiscano come donne e formino di conseguenza il carattere femminile che le vuole subordinate alla capacità decisionale dell’uomo - questa è la schiavitù che John Stuart Mill denunciava nel Ottocento e che Martha Nussbaum rinviene ancora oggi in modo eclatante nelle donne indiane, la cui socializzazione al ruolo subordinato dura tutta la vita. Sottrarsi a questa profondità del potere è quasi impossibile. Ma proprio quel “quasi” apre, a livello teorico, uno iato con la “clamorosa esagerazione” di un certo Foucault e, a livello pratico, una prospettiva di emancipazione da un potere così profondo e radicato.

Lukes dedica ampio spazio in questa seconda edizione al confronto con il pensiero del filosofo francese. Ne distingue due fasi: la prima legata alla teorizzazione del potere disciplinare e del biopotere, la seconda al concetto di governamentalità. Mentre il primo Foucault è ultraradicale, giungendo a cogliere il soggetto come costruito dall’assoggettamento al potere e dunque come incapace di sottrarsi ad esso, il secondo invece riconosce che «il soggetto si autocostituisce in modo attivo attraverso le pratiche del sé». Mentre la prima fase è interpretata come una esagerazione che empiricamente non trova riscontri e politicamente esclude qualsiasi possibilità di cambiamento dei rapporti di potere, la seconda invece si accorda all’impostazione dello studioso americano e garantisce dei margini di azione, la possibilità cioè di dissentire.

A nostro avviso, anche il primo Foucault potrebbe tornare utile a pensare la profondità del potere contemporaneo. Oggi le cronache ci parlano sempre più di manipolazione dei corpi e la riflessione filosofica si incentra sempre più sulla biopolitica. Forse varrebbe la pena di non escludere l’eventualità che i processi di socializzazione che ci abituano a determinati desideri, passino anche se non in primo luogo dai nostri corpi, da quei grovigli irriducibili che ci costituiscono. Questo non comporta una determinazione unidirezionale. Sicuramente però molte delle manifestazioni dei corpi devono qualcosa ai contesti nei quali hanno luogo. D’altronde, Lukes, riprendendo il concetto di habitus da Pierre Bourdieu, riconosce che «il tema dell’interazione tra la società e il funzionamento chimico, fisico e fisiologico del corpo, e in generale del rapporto tra il campo sociale e quello biologico, è affascinante e ancora poco conosciuto».

The Manchurian Candidate, nella sua rappresentazione fantapolitica, solleva l’attenzione anche su questo, sul fatto cioè che il potere si eserciti sui corpi, passi attraverso di essi. Questo non da ora, evidentemente. Ma il connubio tra corpo e tecnoscienza del nostro presente può farci cogliere anche questo abisso del potere. E senza divenire consapevoli delle pratiche che iscrivono i nostri corpi, come parte dei processi di socializzazione a cui ci richiama Lukes, non si può sperare di cambiare le loro direzioni e i segni che ci tracciano addosso.

 







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