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Tecnologie e Società

 

DOT Force e la lotta al divario digitale
La Task Force nata a Okinawa lo scorso anno ha pubblicato il primo documento sulla lotta al digital divide. Idee e qualche dubbio da un convegno bolognese

di Francesco Cisternino

 

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Solo pochi anni fa, nel pieno dell'entusiasmo per l'enorme sviluppo e diffusione delle reti informatiche, dagli Usa era giunto un monito importante: difficilmente, anche nella migliore tra le ipotesi, le reti sarebbero state utilizzate da una percentuale maggiore del 65 per cento della popolazione. La "società dei due terzi", di cui tanto si era discusso in Europa seguendo un'indicazione di Peter Glotz, cominciava a profilarsi come una specie di miraggio (1). Questa disparità di accessi che si cominciava a intuire è andata via via trasformandosi in una realtà che oggi appare ancora più netta del previsto, allontanando gli auspici che guardavano alle reti come a un'opportunità per la riduzione della distanza fra paesi industrializzati e paesi del Terzo Mondo. Oggi le stime parlano di circa 400 milioni di host connessi, in continuo aumento ma concentrati in assoluta maggioranza fra Nord America, Europa Occidentale e Australia, con le restanti aree del pianeta ancora ferme ad un bassissimo tasso di penetrazione.

Se i nuovi media venissero considerati soltanto come beni di consumo, l'evidente disparità di accessi non costituirebbe problema. E' invece in relazione alla loro assoluta indispensabilità per la partecipazione sociale, culturale, politica ed economica nel contesto contemporaneo che molti studiosi hanno valutato le nuove disuguaglianze come un rischio reale per la democrazia e lo sviluppo.

A muoversi sono in tanti: imprese, organizzazioni non governative, governi. Ciascuno dei soggetti ha interessi differenti, più o meno limpidi, secondo forme che talora li vedono strettamente affiancati. E' il caso di Digital Opportunity Task (Dot) Force (2), una struttura di concertazione "leggera" istituita sotto la forte spinta di Bill Clinton nel luglio dello scorso anno durante il vertice G8 di Okinawa. Proprio di Dot Force e dei temi concernenti il divario tecnologico fra Paesi Industrializzati e non si è occupata una tavola rotonda, tenutasi presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna, dal titolo: "Tecnologie digitali: includono o escludono?", dalla quale vi riportiamo di seguito alcuni spunti emersi durante la discussione.

Dot Force sta tentando di far partecipare membri del G8 (3), rappresentanti dei paesi in via di sviluppo, grosse aziende del settore (tra le quali Hewlett Packard) e istituzioni quali Ocse (4), Fondo Monetario Internazionale (5), Banca Mondiale (6) e Onu (7) con l'obiettivo di concentrare gli sforzi per aumentare l'accesso mondiale alla rete e ridurre i costi di realizzazione per i paesi in via di sviluppo. Otto mesi di lavoro hanno portato alla stesura di un documento finale, dichiaratamente generico perché frutto di compromesso fra le parti e in verità un pò fumoso, i cui nove punti intendono essere una base di partenza per dare vita ad una lotta contro il digital divide e, implicitamente, contro lo strapotere tecnologico degli Stati Uniti. Non è un caso il fatto che il primo finanziatore sia il Giappone, sempre più attento alle vicende del continente africano, che sin dall'inizio aveva promesso la ragguardevole cifra di 15 milioni di dollari in cinque anni. Carla Ogliadoro, rappresentante del governo italiano, ricorda l'imminente appuntamento di Genova del luglio prossimo ed elenca i punti più importanti: implementazione di e-strategies nei paesi poveri, sensibilizzazione dei governi verso la creazione di infrastrutture e alfabetizzazione informatica,volte ad eliminare i fattori che producono disuguaglianze, se si vogliono evitare fenomeni di esclusione di massa.

Il ruolo più difficile appare chiaramente quello delle Ong, le quali vivono una lampante contraddizione interna: sebbene risultino essere organismi privati e indipendenti, vengono in realtà finanziati quasi esclusivamente o dal denaro pubblico, e quindi dai governi, oppure dalle grandi imprese; chi elargisce i denari ha i suoi obiettivi e l'indipendenza di tali organismi appare dubbia. Paolo Morawski, dirigente Rai e membro dell'High Level Panel on Information and Communication Technology, parla del Dot Force come di una grande occasione perduta, un luogo in cui era possibile per le Ong più piccole e maggiormente rispettose dei loro compiti l'esercizio di un ruolo di controllo nei confronti dei quelle che oggi vengono ormai definite le multinazionali della solidarietà, fondazioni dai budget enormi che possono vantare un grosso potere di contrattazione con i poteri pubblici.

E' bene ricordare che fra le varie Ong si era verificato già nel luglio scorso uno scontro sull'utilizzo dei fondi e sulle priorità da seguire (8): la coalizione di Ong Jubilee 2000 (www.jubilee2000.org) si era da subito posta in netta contrapposizione con le finalità anti divario digitale, proponendo invece uno spostamento verso la questione del condono del debito. "Non ha senso promuovere tecnologie informatiche come Internet in regioni dove ci sono milioni di analfabeti e mancano elettricità e infrastrutture", avevano detto i leader dell'Ong Oxfam (www.oxfam.org). E invece la direzione seguita è stata quella prevista, sulla scia di una fiducia consolidata nei confronti delle nuove tecnologie come veicolo di progresso e sviluppo e ancora di più verso un'inedita concezione di azienda che, oltre a fare profitti e pagare le tasse, ha una sua responsabilità sociale, comportandosi come fosse un "servizio pubblico" (parole di Carly Fiorina di Hp). Qualche dubbio, però, ci permettiamo di aggiungerlo. Innanzitutto si pone un problema di trasparenza: il lavoro di molteplici Task Force come quella citata è spesso perfettamente sconosciuto all'opinione pubblica, soprattutto per quello che concerne i risultati (ammesso naturalmente che ve ne siano). Queste Task Force assomigliano molto a certe commissioni d'inchiesta parlamentari che accumulano per anni cataste di documenti per arrivare generalmente ad un nulla di fatto, o perché l'argomento non interessa più a nessuno oppure per via di limiti d'azione invalicabili che si vengono a porre. Inoltre gli obiettivi da perseguire appaiono spesso vaghi, quasi utopici e contestati da molti (il cosiddetto Popolo di Seattle non è di certo l'unico).

Fa bene Francesco Vitali, redattore della rivista di geopolitica Limes e collaboratore della Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (9) (www.sioi.org), a far notare come sia praticamente impossibile un accesso diretto da parte della cosiddetta società civile alle decisioni strategiche che riguardano l'Information and Communication Technology a tutti i suoi livelli: le decisioni, nella stragrande maggioranza dei casi, nascono in alto e lì rimangono.

Va poi notato che la commistione tra grandi aziende, fra le quali si possono tranquillamente annoverare anche le maggiori Ong, e organizzazioni verticistiche quali Ocse, Wto (www.wto.org), Fmi, Banca Mondiale, che a loro volta vengono spesso accusate di perseguire logiche clientelari e risultano comunque essere prive di qualsiasi legittimità democratica, rischia di dar luogo a concentrazioni sospette che potrebbero indebolire i mercati piuttosto che rafforzarli. Sarebbe forse meglio rivolgere l'attenzione al fatto che in molti Paesi in via di sviluppo non vi sono le condizioni basilari perché si attivi un libero mercato; inoltre, molti dei loro governi stanno conducendo da tempo una decisa battaglia contro la globalizzazione - basti pensare ad una buona parte del Medio Oriente -, cosa che non può non far riflettere gli alfieri di quello che si potrebbe definire un "compassionate capitalism". Del quale, a dire il vero, ci fidiamo poco.

 

NOTE

1) Stefano Rodotà, Tecnopolitica, Bari, Laterza, 1997, pag. 90-91.

2) Il sito ufficiale è: http://www.dotforce.org/
Alla pagina http://www.dotforce.org/reports/DOT_Force_Report_V5.0h.doc è possibile scaricare il documento finale.
http://dotforce.oneworld.net/ (Uk dot force site). In questo sito è possibile reperire una discreta quantità di documenti.

3) http://www.genoa-g8.it/

4) Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale (www.oecd.org). Il sito web è ricco di documentazione (ricerche, studi, statistiche) su vari temi quali economia, scienze, istruzione, etc.

5) www.imf.org

6) www.worldbank.org

7) www.un.org

8) Alcuni documenti particolarmente interessanti erano fino a poco tempo fa reperibili nel sito web "The Okinawa Summit 2000 Archives": http://www.summit-okinawa.gr.jp/e/index.html

9) "La Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI) fu fondata a Roma il 4 ottobre 1944 su iniziativa di un gruppo di eminenti personalità del mondo della cultura e della politica, ispirate dal comune ideale, solennemente enunciato nell'art. 1 dello Statuto della Società, 'di promuovere lo sviluppo di uno spirito internazionale che superando nella visione degli interessi generali il particolarismo ispirato dall'assoluta sovranità degli Stati, faciliti l'instaurazione di un giusto e pacifico assetto della comunità internazionale'". Tratto dal sito web indicato alla pagina: http://www.sioi.org/info.html

 







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