L’Ambiente Dentro. Una riflessione epistemologica sul confine / Environment Inside. An Epistemological Reflection on the Border

[ITA] Le nuove suggestioni dalle scienze della complessità erodono un confine ideale e troppo ben definito tra noi e l'ambiente. L'ambiente non è più qualcosa di fisso, "là fuori", ma una produzione delle nostre rappresentazioni individuale e collettive. I nodi epistemologici, ecologici ed economici di questa concezione sono qui identificati.
[ENG] The new suggestions from the sciences of complexity erode an ideal and too well defined boundary between us and the environment. The environment is no more something fixed, "out there", but a production of our individual and collective representations. The epistemological nodes, ecological and economic of this conception are here identified.

From: Ignazio Licata

 

English abstract

The new suggestions from the sciences of complexity erode an ideal and too well defined boundary between us and the environment. The environment is no more something fixed, “out there”, but a production of our individual and collective representations. The epistemological nodes, ecological and economic of this conception are here identified.

 

Albrecht Dürer, Draughtsman Drawing a Recumbent Woman, woodcut, 1525

 

1. Premessa: della difficoltà di abbattere i muri, se i muri sono occhiali

La storia dei rapporti transdisciplinari tra scienze “hard” e “soft” è ricca più di scontri che di incontri, ed è stato necessario lo sviluppo di una diversa sensibilità epistemologica per intaccare e sfumare quella che di fatto si è sempre manifestata come netta dicotomia. Da una parte le scienze “hard”, grazie un metodo rubato a chissà quale iperuranio, trivellano la realtà svelandone progressivamente le “leggi” per ordinarle poi in una successione asintotica che punta diritta verso una “teoria del tutto”, quell’’occhio di Dio” puramente matematico da cui tutto può essere derivato. Dall’altra le scienze soft, che con pasticciata empiria indagano la complessità di un soggetto “puntiforme”, invisibile per il mondo fisico. Si tratta, com’è evidente, di una riproposizione del classico tema cartesiano della res cogitans / res extensa, più volte contestato1 ma ormai pervasivo e persistente nell’immaginario collettivo tanto quanto il suo naturale corollario sulle “due culture”2

 

Protons collide at 14 TeV in this simulation from CMS, producing four muons. Lines denote other particles, and energy deposited is shown in blue (Image: CMS. Courtesy: CERN)

 

Eppure esiste una storia di avvicinamenti tra le filosofie dell’oggettivo e del soggettivo, viste come poli di una gamma continua di gradazioni d’approccio al mondo, e non come opposti. Si tratta di tentativi poco noti, diremmo quasi una storia sotterranea, tranne quando qualche reperto non viene tirato fuori per le grandi occasioni dei festival e in generale di tutte quelle forme di falsa ricomposizione mediatica delle contraddizioni e contrapposizioni che attraversano la vita personale e sociale. È difficile abbattere muri quando questi non sono un fatto di buona, vecchia materia ma di lenti cognitive. Sul fronte scientifico va ricordata qui almeno la tradizione sistemico-cibernetica, ed in special modo Norbert Wiener, Ludwig von Bertalanffy, Gregory Bateson, Heinz Von Forster e naturalmente i frutti bellissimi e maturi della collaborazione tra Humberto Maturana e Francisco Varela3. Si tratta di un filone di pensiero ricchissimo ed estremamente complesso, ma ai nostri fini è sufficiente dire che all’approccio “platonico” verso il metodo viene sostituita una visione più realistica e ravvicinata della pratica scientifica, che è sempre storicamente e culturalmente situata (dunque socialmente embodied non meno dei suoi rappresentanti), e guidata da una pluralità di micro paradigmi che si adattano agli obiettivi della conoscenza e sono calibrati sul problema concreto che si intende affrontare. Viene meno dunque il fisicalismo come modello di conoscenza valido per tutte le scienze, e si riconosce piuttosto la specificità epistemologica di ogni singola disciplina. La questione del soggetto non è più uno scandalo in aperto contrasto con le scienze della materia, ma si rivela rispetto a queste nello stesso rapporto in cui stanno le cosiddette condizioni limite e al contorno dei matematici, quelle per intenderci necessarie per risolvere un’equazione, per dare un “qui ed ora” ad una struttura generale di relazioni. In definitiva è proprio questo apparentemente innocuo “qui ed ora” a fare la differenza tra le scienze hard e quelle soft; le prime si occupano di quegli aspetti del mondo che possono facilmente essere estratte dal “grumo” degli eventi – come direbbe Gadda4 –, ed espresse in forma matematica, invarianti nel tempo e nello spazio. Quando è impossibile fare a meno del “qui ed ora”, e dunque dell’aspetto storico dei sistemi, sono le scienze soft ad avere la meglio nella descrizione del mondo. I famosi sistemi complessi sono sistemi in cui le condizioni in cui un evento si verifica sono persino più importanti delle “leggi” che regolano la classe a cui l’evento appartiene.

 

Scala naturae, From the Liber de ascensu et decensu intellectus of Ramon Llull (written 1304, first published 1512)

 

Non dimentichiamo inoltre che nella maggior parte dei casi siamo chiamati non soltanto a descrivere il mondo e fare predizioni ma a comprenderlo e gestirlo. Come diceva saggiamente Marcello Cini in ideale contrapposizione con Galileo Galilei e soprattutto con la deriva di certa vulgata: “Il mondo non è un libro e se lo fosse non sarebbe un libro di geometria ma di storia”5. Con l’entrata in gioco della storia, non puramente ridotta a variabile temporale e mera dinamica, a catena, come nel gioco di domino, cade un’altra contrapposizione, quella tra caso e causa. Le famose “leggi scientifiche” sono propriamente griglie di possibilità entro cui il singolo evento accade (questa è semplicemente la radice etimologica del termine caso), ed infatti le discipline che si occupano di sistemi complessi, dalla biologia alla psicologia, danno un’importanza speciale all’ accadimento del singolo evento. Non ci sono leggi generali da cercare sull’evoluzione o sulla coscienza per il semplice fatto che queste rappresentano storie, processi, e non semplicemente configurazioni immutabili di eventi.

 

The Evolution of Life Timeline

 

Da parte sua la letteratura, principale rappresentante per eccellenza del soggetto, ha più volte teso una mano alla scienza per sottolineare la sostanziale convergenza tra soggetto, osservatore e costruttore di teorie e narrazioni. Anche qui la lista può farsi lunga: la filosofia naturale sottesa ai due capolavori di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca e Cima delle nobildonne, il De Lillo di Ratner’s Star, la Smilla di Peter Hoegh, i tanti Majorana postumi ricostruiti dagli Ettorologi, il recente Solar di Ian MacEwan, e ancora Leonardo Sciascia, Italo Calvino… lasciamo una dettagliata esplorazione ai futuri indagatori dei rapporti virtuosi tra scienza e letteratura6 , e ci limitiamo ad una singola citazione da Atlante Occidentale di Daniele Del Giudice, che assieme a De Lillo mostra come la letteratura richieda un rigore non troppo lontano da quello scientifico con il suo strutturarsi attorno ad una scelta precisa di temi, registri, armonie interne. Lo scrittore dice al fisico: “Lei guardando riesce ancora a vedere le cose, proprio lei che lavora nell’assoluta scomparsa delle cose! (…) non vede come le cose che cominciano ad esserci, che ci saranno, sono pura energia, pura luce, pura immaginazione?7”. La risposta potrebbe arrivare da David Bohm, e va alla radice della questione: “Un cambiamento di significato è un cambiamento dell’essere […]. Non c’è un significato fisso né definitivo. L’intera questione del significato sta nel fatto che il contenuto è immerso in un contesto, inserito a sua volta in un contesto, e dunque non c’è un significato finale. È un processo di disvelamento progressivo che è esso stesso parte della realtà. […] Il significato dà forma ad ogni cosa”8. Una descrizione del mondo, sia quando prende la forma di concetti fissati da complicate equazioni o da scelte di scrittura, è sempre una scelta all’interno di una visione del mondo.

 

Andrea Pozzo, Glory of Sant’Ignazio, fresco,1685-94, Church of St. Ignatius of Loyola, Rome

 

2. La questione dell’ambiente: “lì, fuori di me”

Questa lunga premessa epistemologica è necessaria per cogliere nella sua interezza il formidabile problema dell’ambiente. Nell’approccio sistemico separiamo il sistema dell’ambiente circostante attraverso una linea ideale. Questo è il punto di partenza di ogni scienza, e per estensione di ogni narrazione. Le scienze “hard” (ma sappiamo ormai che questa terminologia indica una scelta procedurale, una virtù nel senso originario di attitudine e qualità) selezionano e specificano una serie di relazioni tra ambiente e sistema rette da pochi parametri. Nei casi di maggiore complessità, che sono poi la stragrande maggioranza di quello che ci circonda, questo non è possibile. O più esattamente questa linea non è continua e chiusa, ma è un confine variabile di aperture, un frattale che si rimodella continuamente attraverso un gioco di interrelazioni dove il confine stesso è sfumato! Riconosciamo alla fine un atto di hybris quel gesto teorico di tracciare un confine tra dentro e fuori, tra sistema ed ambiente, tra personaggio e storia.

 

Fractal picture

 

È possibile dunque rivedere tutto quello che abbiamo premesso in modo diretto e semplice, eppure estremamente sottile, in riferimento al confine ed alla sua risoluzione. Lo spettro delle discipline e dei saperi va dunque dalla fisica-matematica, che del ha confine una visione netta, o almeno sempre definibile, passa attraverso i molti gradi di apertura logica che riguardano le scienze della vita e della cognizione, l’economia e la sociologia, ed infine quel confine che regola il passaggio delle informazioni diventa anche sensibile e poroso ai significati, si rimodella con essi, alla fine scompare con le “humanities”, dove sono i significati stessi a fissare di volta in volta i confini necessari e ad organizzarli in piani narrativi. Ritroviamo la polarità tra le due culture, ma ne risolviamo le conflittualità, perché adesso in gioco non sono due visioni alternative articolate su linguaggi necessariamente contrapposti che si escludono tra loro, ma due scelte legittime di risoluzione sul confine; Il fisicalismo pretende confini atti a risolvere i rapporti tra sistema e ambiente in modo tale da poter alla fine enumerare una serie di informazioni sulle classi di eventi possibili, l’arte e la letteratura, all’opposto dello spettro, sciolgono il dubbio sul confine dissolvendolo sull’irriducibilità dell’evento e sul suo significato.

 

Jackson Pollock, Convergence, dripping on canvas, 1952

 

Il rapporto tra un ambiente che oggettivamente è “già lì”, retto dalle leggi del mondo materiale, ed un sistema-soggetto irriducibile a queste leggi, offre adesso una diversa prospettiva di risoluzione. Si tratta di elaborare una nuova visio del confine, al limite una “teoria”, stavolta non “del tutto”, ma una teoria unitaria dell’osservatore e dell’osservato, qualcosa capace di dare espressione alla visione plurale del confine alla quale siamo arrivati. Dal punto di vista scientifico ci sono già forti suggestioni in questa direzione, come l’accoppiamento strutturale di Maturana-Varela, o la teoria dell’apertura logica9. Sul fronte letterario forse l’esempio più estremo si trova nella Trilogia di Beckett, dove non solo lo spazio e il tempo ma anche l’identità stessa della voce si sovrappone e fino ad arrivare all’epilogo necessario: “forse m’hanno portato fino alla soglia della mia storia, davanti alla porta che si apre sulla mia storia, ciò mi stupirebbe, se si apre, sarò io, sarà il silenzio, là dove sono, non so, non lo saprò mai, dentro il silenzio non si sa, bisogna continuare ed io continuerò”. È interessante come il prefatore Aldo Tagliaferri faccia un riferimento all’aspetto “quantistico” della scrittura di Beckett, Quantum Brain sviluppata a partire dagli anni Sessanta da studiosi del calibro di L. M. Ricciardi ed H. Umezawa, e recentemente sviluppata da Giuseppe Vitiello e dai suoi collaboratori10>.

 

The oldest light in our universe, as detected with the greatest precision yet by the Planck mission (Courtesy: ESA/Plank)

 

3. Dissipative Quantum Brain: intrecciati con il mondo

Nello storico articolo “Brain and Physics of Many-Body Problems” del 1967, Ricciardi ed Umezawa propongono un rivoluzionario modello quantistico dell’attività del cervello costruito in analogia con la fisica dei sistemi condensati. La geniale chiave di volta del lavoro è aggirare ogni isomorfismo ingenuo tra la struttura neuronale e il modello. Qui infatti “quantistico” non va inteso come “qualcosa di strano nella testa” (che è più o meno l’accezione comune dal famoso libro di Roger Penrose in poi11), ma un formalismo capace di descrivere comportamenti collettivi molto complessi. L’obiettivo di Umezawa e Ricciardi era quello di fornire un modello della memoria come attività dinamica globale, in decisa alternativa con la digitalizzazione della mente iniziata allora a ridosso degli impetuosi sviluppi dell’informatica. Ci basterà sapere che gli stimoli esterni innescano nel Quantum Brain una configurazione di modi quantistici che corrispondono alle funzioni cognitive in essi codificati. Il modello spiega in modo semplice e diretto alcune caratteristiche essenziali dell’attività mentale, come il richiamo selettivo e sequenziale dei ricordi. Il modello d’altra parte vuole essere quello che si chiama un “toy-model”, un giocattolo teorico, schema seminale di possibili linee di ricerca future. Ed infatti l’ipotesi di sistema chiuso, confinato in un volume finito, offre soltanto la possibilità di sovrascrivere i ricordi, ma non di descriverne il decadimento progressivo e la sovrapposizione. È necessario dunque fare un passo avanti ed introdurre l’apertura e la dissipazione.

 

Brain activity

 

Nel nuovo modello il gioco complesso dei processi legati allo scambio di energia e informazione tra sistema e ambiente sostituisce l’immagine di una mente chiusa che scambia informazione con l’ambiente con quella di una mente che vive come parte di un unico processo di transizioni di fase e livelli emergenti. Introdurre la dissipazione implica di fatto considerare la mente e l’ambiente come un unico sistema, togliendo il cervello dal vaso (H. Putnam) e dare così un senso preciso all’espressione embodied mind, adottando un modello ad alta apertura logica fatto di rotture di simmetria, biforcazioni, emergenze. È la stessa struttura matematica della teoria a permettere la coesistenza di infiniti stati coerenti e non-distruttivi. La nuova informazione non distrugge quella vecchia, ma la rimodella e la disorganizza parzialmente, com’è naturale aspettarsi in un sistema dissipativo. Senza dissipazione, non c’è posto per nuovi pensieri. Si introduce così anche una naturale freccia del tempo che ci riporta alla storicità dei sistemi cognitivi.

 

Graphing the History of Philosophy, image created by drunks-and-lampposts.com

 

C’è un aspetto suggestivo del formalismo che è utile accennare qui brevemente, pur senza troppi dettagli. Nella teoria giocano un ruolo chiave due set di modi che denoteremo con Ak e con Ãk, con k grado di libertà del campo. Queste due strutture sono profondamente interconnesse, in particolare à può essere considerato il time-reversed mirror image del modo A, ossia l’inestricabile riflesso sulla struttura di A dell’ambiente. Il sistema à è stato denominato da Vitiello il doppio di A, o il suo Sosia, e ha suggerito che possa svolgere un ruolo significativo nello spiegare i processi coscienti come una speciale proprietà di auto-interazione del sistema con se stesso tramite il mondo12. È possibile dire, in accordo con Maturana e Varela, che l’attività mentale è una continua produzione del mondo che origina dalla natura irreversibile e dissipativa delle nostre interazioni con l’ambiente. È ugualmente importante mettere l’accento sulla circolarità del processo: il mondo prodotto dev’essere prima introiettato ed elaborato all’interno degli schemi cognitivi dell’osservatore-agente. In altre parole, l’ambiente non è più qualcosa che è semplicemente “là fuori”, ma è una produzione prima soggettiva e poi collettiva della cognizione. Questo pone anche forti limiti ad una visione meramente computazionale della mente e del linguaggio13. Come accade spesso quando una ricerca scientifica è “solida”, i suoi tasselli mostrano di incastrarsi con quelli di altra provenienza. Non ci riferiamo soltanto al lavoro compiuto da Vitiello in questi ultimi anni con il neurofisiologo Walter Freeman (30/01/1927-24/04/2016)14, ma anche all’appropriazione semantica che inizia già con il dato percettivo come mostrato dal cibernetico Peter Cariani15.

 

Ptolemy

 

4. Ripensare il confine: epistemologia, economia, ecologia ed infine estetica

Le modificazioni profonde dell’arcipelago delle conoscenze scientifiche implicite in una concezione complessa della nozione di sistema ed ambiente sono gravide di conseguenze anche nei territori apparentemente più lontani dalle pratiche delle ricerca, a riprova che uno è il tessuto culturale da cui ogni produzione specifica emerge. In un bel saggio di qualche anno fa Hans Jonas si chiedeva se “Dio è un matematico”16, ed in controtendenza con quella che ancora oggi è la risposta della più bieca divulgazione rispondeva decisamente “no”, anticipando la contestualità embodied della vita rispetto alle astrazioni “universali” della fisica-matematica e denunciando i danni epistemologici di una separazione netta tra “oggettività” materiale “là fuori” e soggettività. In ogni caso, noi non abbiamo l’occhio di Dio e siamo – per usare la felice espressione di Nelson Goodman – “produttori di mondi”17. Mischiando la terminologia quantistica alla Bohm con le immagini Gaddiane è possibile affermare che dallo “gnommero” dell’inestricabile accoppiamento mente-mondo è possibile la produzione di una molteplicità di ordini delle cose, uno per ogni osservatore. L’ambiente non è più qualcosa che è “fuori”, da esplorare con lo spirito di un colonizzatore positivista, ma è il riflesso esatto delle nostre concezioni del mondo. Non intendiamo qui alcuna forma di “relativismo”, il mondo materiale non perde affatto la sua consistenza, la sua capacità di fare resistenza alle nostre teorie e narrazioni – e avvertire questa resistenza è poi il segno virtuoso della buona scienza come dell’arte e della letteratura –, ma si vuole semplicemente prendere atto che tendiamo ad adattare il mondo alle nostre rappresentazioni, non soltanto a livello teorico ma anche e soprattutto in senso tecnologico ed economico. L’immagine della giungla di Salgari e di Kipling, i giardini di Versailles, non meno degli animali domestici e da circo, sono espressioni di un concetto di “natura” inscindibile dalle proiezioni economiche dell’osservatore-agente. Ogni discorso sulla sostenibilità, l’ecologia, lo specismo deve avere come premessa la consapevolezza epistemologica che la “cura del mondo” invocata nel bellissimo saggio di Elena Pulcini18 inizia con lo spostare l’asse e la direzione del confine, spezzando dall’interno la complicità tra quell’individualismo narcisista ed il comunitarismo autogratificante che assieme producono visioni malate del mondo.

 

Caravaggio, Narcissus, oil on canvas, 1598

 

Alla fine, come al principio, è sempre una questione di bellezza. Che forse salverà il mondo a patto di sapere di cosa stiamo parlando. Non di un like su fb, non di un assenso passivo all’arte o alla scienza storicizzata, “detta” e giudicata ancora prima di essere vissuta e compresa. La vera bellezza, in ogni campo, è realizzare come, in un dato momento storico e culturale, se il nostro occhio è acuto e la comprensione ampia e pulita, le mosse possibili non sono mai infinite come può sembrare all’occhio del dilettante, ma sono pochissime in realtà quelle efficaci. E tra queste ancora meno quelle praticabili. Se si adotta questo criterio di bellezza lentamente molti detriti e fantasmi che girano tra le maglie mainstream del nostro tempo si compattano ed assumono la consistenza di una richiesta inespressa, che riguarda in definitiva la sostenibilità del nostro stesso sentire. Prima di chiedersi infatti se “là fuori”, oltre il confine che separa l’uomo dall’ambiente che ha prodotto, è possibile costruire un’armonia diversa, bisogna prima chiedersi se siamo in grado di desiderarla davvero.

 

Johannes Kepler, Harmonices Mundi, first edition, 1619

 

Note

1 Antonio Damasio, L’errore di Cartesio: Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi edizioni, Milano 1995.
2 Charles Percy Snow, Le due culture, I libri di Reset, Marsilio, Padova, 2005.
3 Qui i riferimenti sono legione. Ci limitiamo dunque a ricordare l’antologia:La realtà inventata. Contributi al costruttivismo, a cura di Paul Watzlawick, Feltrinelli,Milano, 2006.
4 C.E. Gadda, Meditazione milanese, Garzanti, Milano, 2002.
5 Per questi temi vedi: Ignazio Licata Piccole variazioni sulla scienza, Dedalo, Bari, 2016.
6 Ma qualcosa di buono esiste già: Marco Malvaldi, L’infinito tra parentesi, Rizzoli, Milano, 2016.
7 Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino, 1985.
8 David Bohm, Unfolding Meaning: A weekend of dialogue with David Bohm (Donald Factor, editor), Routledge, London, 1996.
9 Ignazio Licata, Comunicazione, emergenza, apertura logica, Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura,vol.4  , “Psicologi(a)& Comunicazione”, Aprile 2007.
10 Per i modelli classici e quantistici di sistemi cognitivi, vedi: Ignazio Licata, La Logica aperta della mente, Codice edizioni, Torino, 2008.
11 Roger Penrose, La mente nuova dell’imperatore, Rizzoli, Milano, 1989.
12 Giuseppe Vitiello, My Double Unveiled, John Benjamins Publishing 2001; vedi anche:Essere nel mondo: Io e il mio Doppio, Atque 5, 2008.
13 Fortunato Tito Arecchi, Fiat Lux Versus Fiat Lumen: Quantum Effects in Linguistic Operations, in Language in Complexity-The emerging meaning (F.La Mantia,I.Licata,P. Perconti, Editors), Lectures Notes in Morphogenesis- Springer 2017.
14 Walter Freeman, Giuseppe Vitiello, The Dissipative Quantum Model of Brain and Laboratory Observations, in Physics of Emergence and Organization ( I.licata , A. Sakaji Eds), World Scientific, 2008.
15 Peter Cariani, Adaptivity and emergence in organisms and devices. World Futures: J. General Evol. 32, 1992.
16 Hans Jonas, Dio è un matematico? Il Nuovo Melangolo, 1985.
17 Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Laterza, Bari, 1988.
18 Elena Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, Bollati-Boringhieri, Torino, 2009.

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