Invisibile

Un cantiere di esperienze, cosi Emanuele Quinz definisce Invisibile, mostra in corso al Palazzo delle Papesse a Siena da lui curata. Una mostra di installazioni interattive di alto livello, come non capita spesso di poterne vedere in Italia.

From: Agnese Benassi

Un cantiere di esperienze, cosi Emanuele Quinz definisce Invisibile, mostra in corso al Palazzo delle Papesse a Siena da lui curata.
Una mostra di installazioni interattive di alto livello, come non capita spesso di poterne vedere in Italia.

‘L’idea di partenza è semplice: le stanze sono vuote. […]
Eppure quando entri, quando varchi la soglia di luce in quell’angolo o quando alzi la mano in quel punto, succede qualcosa.
Intendi bene, non c’è qualcosa, ma succede qualcosa.
In un certo senso è vero, se succede qualcosa vuol dire che c’è qualcosa, ma vuole anche dire che questo qualcosa non c’era prima. O che prima era invisibile.’

Già il prologo del catalogo dà un’idea perfetta di quelle che sono le opere in mostra. The golden calf di Jeffrey Shaw è un’opera storica, del 1994: su un piedistallo al centro della sala c’è un monitor LCD, che apparentemente non mostra niente. Prendendolo in mano appare il vitello d’oro, proprio lì sopra il piedistallo, dove in realtà non c’è niente; un sensore registra il nostro punto di vista, girandoci intorno lo si vede da tutte le angolazioni e sulla sua superficie dorata si riflettono gli affreschi della sala. Psychic di Antoine Schmitt, opera del 2004, registra il movimento di chi entra nella stanza e lo scrive, proiettandolo sulla parete… uno entra, si ferma, guarda, un altro va via…. le lettere scandite dal rumore dei tasti di una vecchia macchina da scrivere.

A.B. Emanuele, ricordo la tua ricerca sugli ambienti sensibili dal tempo de ‘la scena digitale’ (La scena digitale, nuovi media per la danza, a cura di Armando Menicacci ed Emanuele Quinz, Marsilio, 2001). Ormai sono passati un po’ di anni… questa mostra, che contiene sia pezzi storici che nuovi, la senti come un punto di arrivo o una tappa di un lavoro ancora in progress?

E.Q. L’esplorazione continua. Ma sia il territorio che i metodi sono diversi. Con la pubblicazione della Scena Digitale, abbiamo (insieme a Armando Menicacci) cercato di fare una sorta di inchiesta sull’impatto delle tecnologie interattive nell’ambito delle Performing Arts e della danza in particolare. Per questo, il nostro approccio voleva essere al massimo esaustivo e panoramico, pur restando fortemente engagé. Invisibile si sposta sul terreno delle installazioni interattive ed è, al contrario, il frutto di una serie di scelte, di una selezione. Alla frontiera dell’atto creativo, quasi del manifesto. Invisibile non è un’esposizione sulle tecnologie ma sulla relazione interattiva. Le diverse opere cercano di proporre al visitatore diverse esperienze di questa relazione, che rappresenta, dal mio punto di vista, un punto di svolta.

A.B. In che senso?

E.Q. Dopo una serie di sismi violenti e di scosse di assestamento, il sistema delle arti oggi appare totalmente riconfigurato. Una nuova costellazione di paradigmi estetici emerge, basati sulla convergenza delle nozioni di ambiente e di partecipazione. Ma ciò che distingue il paradigma interattivo dalle estetiche inclusive, partecipative, e anche relazionali (Bourriaud) è l’intermediazione del blocco interfaccia/programma: l’esperienza che il soggetto fa dell’ambiente passa attraverso una serie di membrane/filtri tecnologici (interfacce) ed è regolata da programmi informatici; la relazione si costruisce non con un soggetto umano, ma con una macchina. Un quasi-soggetto. Si tratta di una modalità esperienziale totalmente inedita, ma oggi estremamente comune e diffusa ben al di là del contesto estetico-artistico.

E’ vero, e la tendenza è di andare verso interfacce sempre più *trasparenti* per una interazione sempre più *naturale*. Invisibile lo ha messo bene in evidenza, la sensazione che si prova visitando la mostra è di sentirsi a proprio agio nel fare ‘esperienza’ di questi ambienti…. La ricerca è verso una membrana sempre più sottile, ma non è solo questo. La Radio Room (2004) di Akitsugu Maebayashi è un momento di pura poesia. L’artista usa il senso dell’udito come interfaccia tra il corpo e l’ambiente, una stanza in penombra, il pavimento ricoperto da foglie autunnali, una poltrona ove sedersi e infilarsi le cuffie. Davanti alla poltrona c’è un tavolino con una vecchia radio; nelle cuffie un suono spazializzato di interferenze, la lampada sul tavolo è accesa, la luce tremula pian piano si spenge. Inizia a piovere, tira un vento che sposta le foglie, le alza nell’angolo, poi si calma… Sembra di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, nella solitudine e nella più totale tranquillità.

E poi Untitled Mirror di Cristobal Mendoza, Very Nervous System di David Rockeby l’altra opera storica, e altro ancora, fino al progetto speciale di Olafur Eliasson per le Papesse, The Uncertain Museum.

Invisibile, a cura di Emanuele Quinz, fino al 09-01-2005, Palazzo delle Papesse, Siena

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