After the afterglow (Transmediale14). For an undisciplined research

[ITA] Quest’anno i riflettori di transmediale14 sono stati puntati sui dispositivi di sorveglianza: privacy, Big Data e ubiquitous computing.
[ENG] This year the spotlights of transmediale14 were focused on monitoring devices: privacy, ubiquitos computing and big data.

From: Giorgio Cipolletta

[Italiano] [English Below]

 

In una Berlino innevata si chiude la ventiseiesima edizione della transmediale14 (afterglow) tenutasi dal 29 gennaio al 3 febbraio 2014. Dopo aver osservato nel 2013 l’universo trans-mediale partendo da Plutone (BWPWAP – Back When Pluto Was a Planet [1]) e aver riflettuto sulla metodologia delle classificazioni stimolata dalle nuove tecnologie e dai mutevoli paradigmi della conoscenza, rinegoziando spazi culturali e di pratiche artistiche, quest’anno i riflettori della transmediale14, sono stati puntati sui dispositivi di sorveglianza: privacy, Big Data e ubiquitous computing. Avvolti da un’estetica traslucida, i dispositivi cercano spazi aperti e risorse su cui liberarsi per un diverso senso di libertà (trans-estetica), mentre i corpi ubiqui transitano nell’afterglow. Proprio il termine crepuscolo [2] (afterglow) è il filo rosso che lega quest’anno l’intero festival dedicato alle arti digitali. In questa fase di post-rivoluzione digitale in cui viviamo, ci troviamo mescolati dentro una tecnologia sempre più dedicata alla sorveglianza totale sugli individui.

 

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Ad aprire il festival c’è Bruce Sterling che affronta con stile e forza il fallimento delle grandi coorporazione i-tech, che si sono trasformate in presenze invadenti, sorveglianti in direzione di un futuro in cui si sono dimenticati perfino delle note a piè pagina della nostra storia. Nel suo discorso, Sterling ci invinta a costruire sistemi di calcolo alternativi, che riflettano i nostri valori e principi etici.

It’s time to build alternative computational systems, which reflect our own ethics and values” […] We’re never going to meet our creative needs from these gigantic big data empires that are algorithmically optimized to make us into sheep. [3].

 

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Il direttore artistico Kristoffer Gansing insieme a Tatiana Bazzichelli (curatore di Resource [4]) e Marcel Schwierin (responsabile degli screening) mettono in rilievo le strategie praticate dagli artisti, giornalisti, hacker attivisti e critici rivalutando e recuperando il senso intimo di un’archeologia dei media che deve fare i conti con il waste-digital prodotto durante l’evoluzione dell’high-tech. Il trailer [5] lanciato da Transmediale14 viene rappresentato in immagini di eccesso di informazioni, big-data e giganteschi server che generano un iper-stress e che richiedono una cura attraverso massaggi e trattamenti termali.
How do you feel today? (Come ti senti oggi?), questa la domanda finale del breve trailer, che a sua volta apre ad infinite domande. Come ci sentiamo all’inizio del crepuscolo, alla fine della rivoluzione digitale?

The revolution is over. Welcome to the afterglow.
The digital revolution was a dinner party but its afterglow is not. The once utopian promises of high-definition audiovisuals, real-time electronic communication and infinite storage possibilities are just some of the digital culture perspectives that are now widely disseminated. At the same time as these phenomena are still shrouded in the glossy aesthetics of the digital, their tarnished appeal cannot be denied in a world where ‘big data’ is also the ‘big brother’ of mass surveillance and where the ‘cloud’ is made of the metals and minerals of the ‘earth’ on which data centers are built. Far from immaterial and neutral, our post-digital culture is one where tech is deeply embedded in the geophysical and geopolitical. This is evident at the significant ‘other sites’ of digital culture such as e-waste dumps, mines, mass-digitization companies and security agencies. transmediale 2014 proposes the post-digital moment of ‘afterglow’ as a diagnosis of the current status of the digital hovering between ‘trash and treasure’. afterglow conjures up the ambivalent state of digital culture, where what seems to remain from the digital revolution is a paradoxical nostalgia for the futuristic high-tech it once promised us but that is now crumbling in our hands. The challenge that this moment poses is how to use that state of post-digital culture between trash and treasure as a still not overdetermined space from which to invent new speculative thought and practice. Are there means of renewal in the excess, overflow and waste products of the digital afterglow? [6]

 

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Ma proviamo ad andare oltre per cogliere qualcosa in più (o in meno) dopo il crepuscolo, se davvero qualcosa è rimasto sotto le rovine dell’archeologia dei media.
Le macerie di silicio assemblate nella mostra Art Hack Day [7] danno il senso di “fine” nell’accumulo della storia dello sviluppo tecnologico e di crisi post-digitale, post-auratica, auratica-digitale riproducibile [8].

L’Art Hack Day [9] è uno spazio ibrido in cui si mescolano settanta tra media artisti e hacker che hanno provato a invadere e sfondare i processi di produzione di arte digitale attraverso l’uso di tecnologie “open source”. Critical infrastructure ad esempio è una ricerca sul landscape tecnologico e mediatico attraverso la registrazione di tutti i dati sensibili che si muovevano all’interno dell’Haus Der Kulturen Der Welt con un’istallazione degli artisti David Gautier e Jamie Hallen.

Gli otto screening curati da Marcel Schwierin hanno messo in rilievo proprio i temi di Internet, sorveglianza, big data, e “spazzatura-elettronica”, dove la vita digitale si mescola con la morte sospesa degli hardware e il trash-elettronico. Dall’inferno di Trash From Hell di Jack Stevenson e Martha Colburn, si arriva con fare poetico a Wasteland Poetries con le opere di Cordelia Swann, Jean-Luc Vilmouth, Louis Henderson, fino a White Nightmares con i lavori di Hearst Metrotone News, Tom Palazzolo & Jeff Kreines, Whitney Johnston, Thomas Haley, Cory Arcangel. Si prosegue con Out to Get You e i filmati di Krzysztof Kieślowski, Nadav Assor, Andy Weir, Ivar Veermäe, Maha Maamoun, Chris Marker, per transitare in Digital Plays attraverso i lavori di Elizabeth Vander Zaag, Ella Raidel, Ho Tzu Nyen, Neïl Beloufa, Keren Cytter, Beatrice Gibson. Infine la vita si consuma sul crepuscolo con lo screening Afterglow of Life tramite le opere di Jesse McLean, Karin Fisslthaler, Sergio Oksman, John Smith, Bjørn Melhus, Tasman Richardson che ci consegnano un necrologio su ciò che effettivamente accade a tutte le immagini che costantemente ci sostituiscono dopo che siamo morti.

 

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La Transmediale14 si mescola tra “an afterglow of the mediatic” curato da Ryan Bishop e Jussi Parikka dove si riflette sulle geopolitiche, le economie, i media ed il futuro del pianeta terra, e “Will you be my TRASHURE”, una sorta di triangolazione politica-erotica-resistente in continua transizione. Molti sono stati i panels dedicati alle pratiche di controllo e gli attivismi, queer, post-porn, (“queer zombie porn”) che rappresentano non solo un linguaggio cinematografico, come spiega Francesco Macarone (Warbear) – ma una ricostruzione di un nuovo corpo emergente dai social media gay, l’analisi dei modelli di business e degli attivismi ad essi antagonisti attraverso lo stabilirsi dei “porn tubes” e le geografie delle sessualità mappate.

Uno sguardo particolare della Transmediale14 va anche alle nuove pratiche digitali orientali con i progetti Schizophrenia Taiwan 2.0 [10] e una nuova versione del Sogno cinese che promette prosperità culturale riforma economica continuando a scontrarsi con le avanguardie artistiche e l’intelligenza sessuale o queer. Il contesto politico attuale delle prerogative statali contro opere d’arte creative e attivismo netizen. Avere un sogno diventa la matrice politica farcita di pratiche tecnologiche mescolata con la sessualità del corpo, sviluppando proprio le comunità netizen, (le giovani femministe e i movimenti emergenti). Oltre all’intervento registrato degli artisti del calibro di Ai Weiwei e Ai Xiaoming.

In modo particolare, in questo report vorrei soffermarmi su alcuni interventi che secondo me racchiudono il tentativo di questa edizione della Transmediale14 di ripartire dal crepuscolo attraverso le arti per una cultura post-digitale che mescola bit e biologia, cultura e politica, sessualità e attivismo, medicina e pratiche artistiche.
Un incontro molto interessante è stato il panel: Under the Skin: Revealing Invisible Data in cui ci si è discusso intensamente sul concetto di biohacking come esperienza di “divulgazione” dei dati e pratiche che appartengono a un ramo ancora inaccessibile per molti. Salvatore Iaconesi , Rüdiger Trojok e Pinar Yoldas hanno condiviso le loro ricerche transdisciplinari.

Il primo, artista e ingegnere robotico, ha presentato una “cura open source”, basata sulla sua esperienza personale della divulgazione dei dati dopo la diagnosi di tumore al cervello, sostenendo il diritto di accesso ai documenti clinici. Il progetto “La cura” [11] tocca in modo intimo, sociale, politico l’opportunità di condividere i dati e di creare una comunità possibile, con soluzioni altrettanto possibili e pratiche salvifiche raccolte in una connessione straordinaria di competenze, menti e corpi, pronti a collaborare per cambiare il processo di significazione della parola stessa cura. Proprio il termine cura oltrepassa il livello clinico e medico, favorendo una disseminazione plurale di significati possibili e di realtà praticabili, modificando perfino il processo della conoscenza per una umanità più umana.

 

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Il biologo molecolare Rüdiger Trojok, invece, presenta la piattaforma hackteria [12] basata sulla collaborazione di scienziati, hacker e artisti che lavorarono insieme tra tecnologia e biologia.
Infine l’artista Pinar Yoldas13, selezionata nel programma Residency Flusser Vilélm [14] racconta la sua ricerca rivolta a creare un ecosistema post-umano, una comunità che vive di organismi speculativi e il loro ambiente. I confini tra natura e cultura, spiega l’artista, sono mixati in una bolla gassosa di artificiale e naturale. Un ecosistema di eccesso è il tentativo di Yoldas Pinar di riflettere sull’ambiente attraverso nuove forme teriomorfiche, ibride, sincretiche in un mix portentoso di processo e progettazione. Un ambiente estremo artificiale è un sito di eccessi, dove si accumulano residui dei nostri desideri capitalistici e azione consumistiche. Seguendo Jacob von Uexkull [15], il termine Umwelt (ambiente), fa riflettere la Yoldas sul mondo percettivo in cui esiste un organismo che agisce come soggetto. Grande rilievo viene dato alle modalità sensoriali di ogni organismo e la loro “visione del mondo” viene simulata tramite diagrammi, modelli, codici e infografiche. Questo ecosistema di eccesso, (“eccessivo, eccedente, eccellente”) nasce dall’incrocio di una mentalità ecologica e femminista di Pinar. Quindi un Umwelt per ogni singolo organismo nell’ecosistema viene generato come un primo passo verso il processo di progettazione speculativo. I tre interventi sono stati moderati in modo genuino e frizzante dal sociologo italiano Alessandro Delfanti che proprio ultimamente con l’uscita del libro Biohacher [16] riflette sull’emergere di nuove forme di scienza aperta che riconfigura in modo profondo la ricerca, la società e il mercato. Proprio la figura del biohacker racchiude la sintesi di questo mix tra biocapitalismo e scienza partecipativa. Il biohacker raffigura il biologo, che attraverso le sue pratiche remixa culture tra hacking e free software. Questo processo di co-evoluzione lega sia la creazione di database genomici e laboratori di rete e l’uso di strumenti online e open source. La ricerca su genoma, cellule staminali, virus, farmaci, non è solo il terreno su cui si sfogano le più palesi contraddizioni attuali tra scienza, società e mercato, ma è anche luogo di scontro paradigmatico per gli abitanti della società dell’informazione. La lotta, da sempre esistita, per l’accesso, la diffusione e lo sfruttamento della conoscenza, avviene su diversi piani: culturale, economico e tecnologico. Ma quello che più conta oggi è il salto di qualità dovuto ai media digitali e alla rete, che hanno portato sulla scena le pratiche e la cultura hacker. Un panel questo, che affronta il problema dei dispositivi medici, i processi di liberalizzazione, e le pratiche per recuperare un altro senso più partecipativo e più collaborativo.

Un ulteriore panel da citare è Blackout, un’altra possibile metafora da accostare al termine afterglow. Gli artisti Yves Bernard, Martin Brynskov, Alain Mongeau, Paul Sermon, Mike Stubbs, Susa Pop, Marília Pasculli partendo dal disastro nucleare di Fukushima, hanno cercato di riflettere su come ristabilire una nuova presenza, recuperare le tracce distrutte e dissolte dietro schermate nere ed infine come far muovere le facciate delle metropoli, dei palazzi, le strade per una metodologia transurbana comunicazione [17]. Le città connesse creano un nuovo contesto di partecipazione attraverso unità mobili e facciate multimediali dopo il “crollo totale”, come ad esempio viene proposto dalla piattaforma Connecting Cities [18].

Infine Sputniko, artista, performer, scienziata informatica e programmatore ci invita ad esplorare l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana attraverso le sue opere. L’artista giapponese presenta il suo seducente universo immaginifico, appeal “erotico-eretico” attraverso la pratica di una Doraemon radicale che diffonde le tecnologie del futuro nel mondo, giocando con le interconnessioni tra arte, sesso e tabù. Attraverso il suo design fantasioso e il potenziale creativo di artefatti tecnologici, canzoni e video su macchine progettate da sola, Sputniko dimostra come il design potrebbe essere uno strumento per sperimentare le controversie della nostra vita quotidiana, e soprattutto, come possiamo aprire le porte della fantasia giocosa, ma con serietà e profonde riflessioni. In modo radicale Sputniko con i suoi dispositivi, come ad esempio The Machine Moonwalk (2013) [19], Nanohana Tacchi – Healing Fukushima (2012) [20], Crowbot Jenny ( 2011) e Menstruation Machine (Takashi’s Take) [21], mettono insieme diversi scenari critici giocando con animazione tradizionale giapponese, l’arte di codifica e il fascino dell’esperienza del possibile.

Afterglow può essere ripensata come interzona, zona eXpansa, frontiera, spazio di transizione in cui corpi ubiqui transitano sospesi tra il crepuscolo, tra la vita vitale e quella digitale, tra i processi politici e culturali di contaminazione, luci sospese e ombre luccicanti, narrazioni ubique, diluite, sciolte negli interstizi digitali. Proprio dal crepuscolo, da questo confine labile tra stordimento di informazioni, eccesso di dati, trasformazioni mutanti, connessioni ibride, progetti radicali, il nodo centrale è l’invito a recuperare una ricerca artistica, la quale deve produrre processi a partire da progetti, dove l’artista deve affrontare il sapere in modi nuovi, radicali, creando nuovi linguaggi, nuove strutture di riferimento, nuovi sistemi e comportamenti. Lo stesso vale per qualsiasi luogo deputato alla ricerca, solo la trasformazione radicale può stabilire un altro spazio di connessione. Questo fare transdisciplinare procede, avanza (inteso sia compre procedere, sia come residuo) oltre quel crepuscolo tanto citato in questa edizione della Transmediale14.

 

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L’invito è quello di recuperare dalle macerie, dall’accumulo dei rifiuti, un senso finale, (non la fine del mondo), affinché da esso si possa ripartire, revisionando persino l’archeologia del sapere foucaltiana, superandola. Il senso della fine passa proprio da qui, dal presente, che viviamo quotidianamente performandolo, agitandolo e turbandolo. La ricerca si inserisce “sfacciatamente” nelle discipline, rendendole indisciplinate, e proprio oltre il crepuscolo si compie questa lotta senza fiato, fino all’ultimo respiro, in un valzer ubiquo di corpi che si mescolano. Questo processo di ricerca realizza una realtà possibile, concreta, un’alternativa, un cambiamento, una mutazione capace di destabilizzarci per poi risorgere come fenici dalle macerie, dai cumuli di silicio, recuperando un diverso senso di conoscenza, partecipazione e corporeità.

Immersi nel continuo vagare dei profili, degli i-like dei social media, gli utenti che navigano, producono tracce di dati, profili, gusti, tendenze studiate e confrontante che si sciolgono nelle rovine del digitale e dell’artificiale, tracciate, sintetizzate e controllate.
Transmediale14 propone una diagnosi dello stato attuale delle arti, tra “spazzatura e recupero”, evocando lo stato ambivalente della cultura digitale, dove quello che sembra rimanere dalla rivoluzione digitale è una nostalgia paradossale per un futuro ipertecnologico, ma che ormai si sgretola nelle nostre mani; manca il senso di innovazione intesa come ricerca per inventare un nuovo pensiero e nuove pratiche speculative.

Mi sento di concludere questo report ricordando Antonio Caronia e recuperando le sue parole come un invito al mutamento:

“Comprendere il mutamento è essenziale anche e soprattutto per dirigerlo, per fare fronte alle emergenze e ai rischi effettivi di catastrofe (ambientale, nucleare, economica) che «il corso delle cose», da solo, non ci garantisce certo di evitare. Il lavoro di studio e di previsione sul futuro sembra essenziale per affrontare in maniera adeguata tutti questi problemi. A condizione che questo lavoro (come in ogni altro campo della scienza) non generi una nuova casta di super-tecnici che si arroghino il diritto di decidere – soli o in combutta con le burocrazie che governano – il destino di tutti” [22].

 

Note

1) http://www.transmediale.de/past/2013
2) [dal lat. crepuscŭlum, der. di creper «alquanto buio»]. – 1. La luminosità del cielo a oriente prima del sorgere del Sole (sinon. in questo caso di alba o aurora) e a occidente dopo il tramonto, accompagnata da cambiamenti di colore prodotti dalla diffusione e diffrazione dei raggi solari, nel loro passare attraverso gli strati bassi dell’atmosfera, dove il vapore acqueo e il pulviscolo sono più abbondanti; si distinguono in genere un c. civile, un c. nautico e un c. astronomico, che hanno inizio e finiscono quando il Sole è sotto l’orizzonte, rispettivamente, di 6° (si vedono solo le stelle più luminose), 12° e 18° (compaiono, o scompaiono, le prime, o le ultime, luci del giorno); alle nostre latitudini, la durata dei crepuscoli astronomici mattutino e serale, che sono quelli meglio percepiti, varia leggermente durante l’anno ed è in media di circa mezz’ora. 2. estens. a. Il tempo, l’ora del crepuscolo, in partic. di quello serale: mettersi in cammino al crepuscolo. b. fig. La fase iniziale o declinante di un fatto: nel c. estremo del medio evo o nel c. mattutino del rinascimento (Carducci). Più spesso, nell’uso com., tramonto, termine, fine: il c. della vita; nel c. de i sensi Tra le due vite al re davanti corse Una miranda visïon (Carducci); c. degli dei, espressione che, nella mitologia nordica (e come titolo di un’opera di R. Wagner, in ted. Götterdämmerung), indica la fine del mondo. http://www.treccani.it/vocabolario/crepuscolo/. WordPress: 1) postluminescenza 2) bagliore residuo 3) postumi dell’orgasmo. http://www.wordreference.com/enit/afterglow
3) http://www.youtube.com/watch?v=dacKWLGZklM#t=0
4) http://www.transmediale.de/resource
5) http://www.youtube.com/watch?v=hv9yZ1n1HK8
6) http://www.youtube.com/watch?v=hv9yZ1n1HK8
7) http://www.arthackday.net/
8) Emerge una comunicazione auratica riproducibile che il digitale scioglie oltre il dualismo delle tecnologie (e filosofie) analogiche. Ogni tratto immesso nel web – sia esso musicale, letterario, artistico o all’interno di un social network – può rimanere nella sua forza espressiva auratica e/o essere disponibile a infinite riproducibilità decentrate. Anziché arte collettiva, sono artisti connettivi che si affermano. Da qui la crisi del copyright che sta diventando elemento politico-economico, cultural-comunicazionale, giuridico-tecnologico caratterizzante il conflitto contemporaneo esteso sui principi classici di cittadinanza […] Il fissare le parole fino alla loro scomparsa può favorire la crescita di generi narrativi tra loro diversi, i viaggi sono viaggiatori non più inquadrati nè targhettizzati, i cui itinerari possibili si articolano lungo composizioni dissonanti e dislocanti attraverso una riproducibilità auratica digitale (D.A.R.). L‘arte poetica-politica del fissare le parole scritte attesta l‘inizio di un viaggio homeless dove da quella stessa page ormai imbiancata come uno schermo possano fuoriuscire flussi di parole ideogrammatiche, concetti sensoriali, codici visuali, icone alfabetiche, glifi immaginari, dattili coreografici, tastiere instabili. Canevacci M., Aria di Pixel. Oltre la scrittura etnografica: Digital Auratic Reproducibility, Centro Studi Enografia digitale, pp. 11,13, 43. http://www.etnografiadigitale.it/wp-content/uploads/2011/04/Aria-di-Pixel-Massimo-Cenevacci-e-la-riproducibilit%C3%A0-auratica-digitale.pdf
9) http://www.arthackday.net/
10) http://www.schizotaiwan.net/?lang=en
11) http://opensourcecureforcancer.com/
12) http://hackteria.org/
13) http://www.pinaryoldas.info/
14) http://www.transmediale.de/content/call-for-entry-vil-m-flusser-residency-programme-for-artistic-research
15) Von Uexküll J., Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, Illustrazioni di Georg Kriszat, a cura di Marco Mazzeo, Quodlibet, Macerata 2010.
16) Delfanti A., Biohackers. The Politics of Opens Science, Pluto Press, New York 2013 trad. It., Biohacker, Elèuthera, Milano 2013. http://issuu.com/plutopress/docs/delfanti_biohackers.
17) Tale metropoli dissolve la società con la sua dialettica dualista e la centralità del lavoro industriale; frantuma la cultura nel suo significato omogeneo in miscelazioni sincretiche; dilata la comunicazione, determinante per penetrare e modificare – tutto quello che è solido che svanisce nell’aria-dei-pixel. Anziché usare terminologie che si sono rivelate inadeguate (post-moderno su tutte), le esplorazioni più interessanti – intrecciando antropologia e architettura – individuano nel transurbanesimo il contesto fluido dove si pratica un tale mix di corpi e spazi (Koohlaas, Oosterhuis, Mulder). Tale trasformazione si basa sull‘innovazione di panorami corporei e urbani tra le zone metropolitane, e sulle possibilità per un nuovo soggetto (multividuo) di transitare negli interstizi, produrre comunicazione e quindi metropoli con identità altrettanto transitive. In altre parole, più che il lavoro è il nesso architetture/urbanesimo che crea identità e si relaziona con un sentire metropolitano esteso oltre i confini materiali della città. La metropoli comunicazionale è materiale-immateriale. Canevacci M., Aria di Pixel. Oltre la scrittura etnografica: Digital Auratic Reproducibility , cit., p. 16.
18) http://www.publicartlab-berlin.de/
19) http://www.youtube.com/watch?v=6P1uFNdKdQA
20) http://www.youtube.com/watch?v=m3D6FLSjeXI
21) http://www.youtube.com/watch?v=gnb-rdGbm6s
22) C’è un futurologo nel vostro futuro. Dossier a cura di Antonio Caronia, in «SE Scienza Esperienza», settembre 1987.

 

English

The twenty-sixth edition of the transmediale14 (afterglow [1] ) took place in a snow- covered Berlin from 29 January to 3 February 2014. After observing in 2013 the trans-medial universe starting from Pluto (BWPWAP – Back When Pluto Was a Planet) and having reflected on the methodology of classification stimulated by new technologies and changing paradigms of knowledge, renegotiating cultural spaces and artistic practices, this year the spotlights of the transmediale14 were focused on monitoring devices: privacy, ubiquitos computing and big data. Wrapped in traslucent aesthetic, devices seek open spaces and resources to get a renewed sense of freedom (transaesthetic) while ubiquitous bodies transit in the afterglow.

Just the term twilight (afterglow) is the common thread tying this years’ festival dedicated to digital arts. We live in a post-digital revolution in which technology is increasingly dedicated to total surveillance on individuals.

Bruce Sterling opens the festival with style and energy talking about on the failure of the large tech corporation, which have become an intrusive presence, overseers towards a future in which they have forgotten even the footnotes of our history. In his speech, Sterling revisited the origins and current reality of the project to remake technology as a force for freedom.

 

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It’s time to build alternative computing systems that reflect our values and ethical principles […] We’re never going to satisfy our creative needs of these gigantic great empires of data that are optimized algorithms to make us into sheep. [2]

The artistic director Kristoffer Gansing with Tatiana Bazzichelli (Resource [3]) and Marcel Schwierin (curator of the screening) have emphasized the strategies practiced by artists, journalists, hackers, activists and critics, re-evaluating and recovering the intimate sense of the archeology of the media, that has to deal with the waste-digital product during the evolution of high-tech. The trailer launched by transmediale14 represents the information overload, big data and giant servers that generate hyper-stress requiring care through massage and thermal treatments. How are you feeling today? This is the final question of the short teaser that opens infinite questions. How do we feel at the entrance of the afterglow, at the end of the digital revolution?

The revolution is over. Welcome to the afterglow.
The digital revolution was a dinner party but its afterglow is not. The once utopian promises of high-definition audiovisuals, real-time electronic communication and infinite storage possibilities are just some of the digital culture perspectives that are now widely disseminated. At the same time as these phenomena are still shrouded in the glossy aesthetics of the digital, their tarnished appeal cannot be denied in a world where ‘big data’ is also the ‘big brother’ of mass surveillance and where the ‘cloud’ is made of the metals and minerals of the ‘earth’ on which data centers are built. Far from immaterial and neutral, our post-digital culture is one where tech is deeply embedded in the geophysical and geopolitical. This is evident at the significant ‘other sites’ of digital culture such as e-waste dumps, mines, mass-digitisation companies and security agencies. transmediale 2014 proposes the post-digital moment of ‘afterglow’ as a diagnosis of the current status of the digital hovering between ‘trash and treasure’. afterglow conjures up the ambivalent state of digital culture, where what seems to remain from the digital revolution is a paradoxical nostalgia for the futuristic high-tech it once promised us but that is now crumbling in our hands. The challenge that this moment poses is how to use that state of post-digital culture between trash and treasure as a still not overdetermined space from which to invent new speculative thought and practice. Are there means of renewal in the excess, overflow and waste products of the digital afterglow? [4]

But let’s go over to capture something more (or less) after the afterglow, if indeed anything left under the ruins of media archeology. The ruins of silicon assembled in the exhibition Art Hack Day [5] [6] give the sense of “end” perceived from the accumulation of technological development and crisis of post-digital, post¬auratic, digital auratic reproducible (D.A.R. [7]). Art Hack Day is a hybrid space in which seventy media artists and hackers have invaded and break through processes of digital art production through the use of technology “open source”. For example Critical infrastructure is a research on the landscape mediatic and technology through the registration of all sensitive data that moved inside the Haus Der Kulturen Der Welt with the installation by David Gautier and Jamie Hallen.

 

afterglow9

 

The eight screening curated by Marcel Schwierin emphasized themes of Internet surveillance, big data, and electronic-junk, where the digital life mixes with uncertain death for hardware and electronic-trash. From hell to Trash from Hell by Jack Stevenson and Martha Colburn, with poetic coming to Wasteland poetries with the works of Cordelia Swann, Jean-Luc Vilmouth, Louis Henderson, until to White Nightmares with the works of Hearst Metrotone News, Tom Palazzolo & Jeff Kreines, Whitney Johnston, Thomas Haley, Cory Arcangel, going on with Out to Get You with movies by Krzysztof Kieślowski, Nadav Assor, Andy Weir, Ivar Veermäe, Maha Maamoun, Chris Marker, to passing for Digital Plays through the works of Elizabeth Vander Zaag, Ella Raidel, Ho Tzu Nyen, Neil Beloufa, Keren Cytter, Beatrice Gibson. Finally, the life is consumed with the screening Afterglow of Life through the works of Jesse McLean, Karin Fisslthaler, Sergio Oksman, John Smith, Bjørn Melhus, Tasman Richardson that deliver us an obituary on what actually happens to all the images that constantly replace us after we are dead.

The transmediale14 mixes itself between an afterglow of the media literacy, edited by Ryan Bishop and Jussi Parikka which reflects on the geopolitical economies, the media and the future of planet earth, and Will you be my TRASHURE, a sort of triangulation policy-erotica-resistant in continuous transition. There have been many panels dedicated to the practice of monitoring and activist, queer, post-porn, (“queer zombie porn”), which represent not only a cinematic language, – explains Francesco Macarone (Warbear) – but a reconstruction of a new body emerging from social media gay, analysis of business models and activism antagonists to them through the establishment of “porn tubes” and the geographies of sexuality mapped.

A special look of Transmediale14 also goes to the new digital practices with projects Schizophrenia Taiwan 2.0 [8] and a new version of the Dream Chinese cultural prosperity that promises economic reform continue to clash with the artistic avant-garde and intelligence sexual or queer. The current political context of state prerogatives against creative artworks and netizens activism. Having a dream becomes the policy matrix filled with technological practices mixed with the sexuality of the body, developing their communities netizens, (the young feminist movements and emerging). In addition to the intervention of the recorded artists such as Ai Weiwei and Ai Xiaoming.

 

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A very interesting contribution should be mentioned: Under the Skin: Revealing Invisible date, in which are discussed very intensively on the concept of biohacking as an experience of “disclosure” of data and practices that belong to a branch still inaccessible for many. Salvatore Iaconesi, Rüdiger Trojok and Pinar Yoldas have shared their transdisciplinary research. The first, an artist and a robotics engineer, have presented his “cure open source“, based on his personal experience of the disclosure after being diagnosed with brain cancer, supporting the right of access to clinical documents. The Cure touches in intimate, social, political way the opportunity to share information, to create a community as possible, with possible solutions, saving practices, take over in a extraordinary connection of skills, minds and bodies, ready for to collaborate and change the process of signification of the word: “cure”. This terms goes beyond the level of clinical care and medical and support a plural dissemination of possible meanings and possible reality, changing even the process of knowledge for mankind more human.

Instead Rüdiger Trojok, molecular biologist presented hackteria [9] platform based on the collaboration of scientists, hackers and artists who worked together between technology and biology.

Finally the artist Pinar Yoldas [10] selected in Flusser Residency Programme Vilélm, presents his research for creating a post-human ecosystem, a sort of community living organisms and their speculative environment. The boundaries between nature and culture, the artist explains, are mixed into a gas bubble of artificial and natural. For Yoldas Pinar, an ecosystem of excess is the way to reflect about the environment through new theriomorphic form, hybrid, syncretic in a wondrous mix of process and project. An excess ecosystem is an artificial site of excess, where they accumulate residues of our desires capitalist and consumerist action. Yoldas, following Jacob von Uexküll [11] thought, uses the term Umwelt (environment), to reflect on perceptual world, where there is an organism that work as subject. Great emphasis is given to the sensory modalities of each organism and their “world view” that is simulated using diagrams, models, codes and infographics. This ecosystem of excess (“excessive, exceeding, excellent”), comes from the intersection of the ecological and feminist mind of Pinar. So a Umwelt for each organism in the ecosystem is generated as a first step towards the speculative design process The three interventions were moderate in a genuine and sparkling way from the Italian sociologist Alexander Delfanti that just recently with the release of the book Bioacher [12] reflects on the emergence of new forms of open science that reconfigures so deep research, society and the market. Just biohacker encloses the figure of the synthesis of this mix of science and participatory biocapitalism. The biohacker represents the biologist, who through his practices remix cultures between hacking and free software. This process of co-evolution binds to both the creation of genomic databases and network of laboratories and the use of online tools and open source The research on the genome, stem cells, viruses, drugs is not only the land on which vent the most obvious contradictions existing between science, society and the market, but it is also a place of conflict paradigm for the people of the society. The fight, which has always existed, for access, dissemination and exploitation of knowledge, takes place at several levels: cultural, economic and technological. Nowadays what matters is the quality leap generated by digital media and the network which allowed much wider spread of hacker’s practices and culture. This panel tackles the problem of medical devices, the processes of liberalization and practices for to get back another sense more participatory and more collaborative.

 

afterglow11

 

It is worth mentioning Blackout, a new possible metaphor to be compared to the term afterglow. The artists Yves Bernard , Martin Brynskov , Alain Mongeau Paul Sermon, Mike Stubbs, Susa Pop, Marília Pasculli, starting from Fukushima’s nuclear disaster, reflected how to re-establish a new presence, recover traces destroyed and break up behind a black screen, how to move the facades of the metropolis, of the buildings, the streets for a communicative transurban methodology [13]. Connected cities create a new context of participation through mobile units and media facades after the “total collapse” as proposed by the platform Connecting Cities.

Finally Sputniko [14], artist, performer, scientist and computer programmer invites us to explore the impact of technology on everyday life through her works. The Japanese artist presents her seductive imaginative universe, appeal “erotic heretic” through the practice of a Doraemon radical that diffuses technologies of the future in the world, playing with the interconnections between art and sex taboos. Through her imaginative design and the creative potential of technological artifacts, songs and videos on machines designed by herself, Sputniko shows, how design can be a tool to experiment with the controversies of our daily lives, and more importantly, how we can open the doors of imagination playful, but with seriousness and deep reflections. In a radical way, Sputniko with her devices, such as The Machine Moonwalk – Pas Selena [15] (2013), Nanohana Heels Healing Fukushima [16] (2012), Crowbot Jenny [17] (2011) and Menstruation Machine (Takashi’s Take) [18], takes together several critical scenarios, playing with traditional Japanese animation art of coding and the charm of the experience of possible.

Afterglow can be rethought as interzone, eXpans zone, border, transitional space, where ubiquitous bodies transit suspended between the afterglow, among life and digital life, including the political and cultural processes of contamination, overhead lights and shadows sparkle, ubiquitous narratives, diluted, dissolved in digital interstices. Just from the afterglow, from this thin border between stunning information, excess data, mutant transformations, hybrid connections, radical projects, the central core is to recover an artistic research, which has to produce process from projects, where the artist has to deal with knowledge in new radical ways, creating new languages, new frames of reference, new systems and behaviors. The same goes for any place dedicated to the research, only the radical transformation can establish another connection space. This transdisciplinary doing proceeds advances (intended both as proceeding and residual) over that twilight often quoted in this edition of transmediale14. The suggestion is to regain a sense from the ruins and accumulation of waste, a final sense, (not in terms of the end of the world ), but so as it could be restarted, even reviewing the foucaltic archeology of knowledge, and over taking it. The sense of end passes from here, from the present that we living every day, to perform it, shaking and breaks up it. The research inserts itself in “impolite way” to the disciplines, making them undisciplined and just in this afterglow takes a struggle out of breath, until the last breath in a waltz ubiquitous bodies. This process of research achieves a concrete reality, an alternative, a changing, a mutation, able to destabilize us and then to rise again as phoenix from the ruins, accumulations of silicon, for recovering a different sense of understanding, participation and corporeality.

 

afterglow12

 

We are immersed into a continuous wandering of the profiles of the i-like social media, where the users navigate, produce traces, amounts of data, profiles, tastes, trends studied and comparing that dissolve in the ruins of the digital and of the artificial, synthesized, tracked and controlled. Transmediale14 offers a diagnosis of the current state of the balance between digital “garbage and recycling” evoking ambivalent status of digital culture, where the remains of digital revolution is a paradoxical nostalgia for a future hypertechnologic, what is now crumbling in our hands, with lack of that type of innovation intended as new thinking and new speculative practices.

I would conclude this report by quoting Antonio Caronia and recovering his words as an invitation on the mutation:

To understand the mutation is essential to direct it, and to be able to confront with the emergency and with the effective risk of catastrophe (environmental, economical, political) which «the normal flow of things» certainly does not allow us to avoid. It is essential to study and to forecast the future in order to confront with all of these issues. At the condition by which all of this work (as in all the other areas of the sciences) does not produce a caste of super-technicians who claim the right to decide – alone of together with the bureaucracies which govern us – everyone’s destiny. There must be no doubt about this: the people have the right to decide their own destiny [19].

 

Notes

1) 1. the glow frequently seen in the sky after sunset; afterlight. 2. a second or secondary glow, as in heated metal before it ceases to become incandescent. 3. the pleasant remembrance  of a past experience,  glory, etc.:. 4. phosphorescence.
2) http://www.youtube.com/watch?v=dacKWLGZklM#t=0
3) http://www.transmediale.de/resource
4) http://www.youtube.com/watch?v=hv9yZ1n1HK8
5) http://www.arthackday.net/
6) http://www.arthackday.net/
7) A reproducible auratic communication emerges from digital cultures beyond the dualism of analogical technologies (and philosophies). A musical, a novel or an artistic piece connected  to a social network can remain  in its “auratic” expressive autonomy  as well as can be available for endless mutations and decentralized  reproducibility. Instead of collective art, there are connective artists. For this reason, the copyright crisis is becoming a political-economic, cultural- communicational, legal-technological conflict that characterizes the contemporary political condition. […] Canevacci M., “Digital Auratic Reproducibility: Ubiquitous Ethnographies  and Communicational Metropolis”, in An Ethnography of Global Landscapes  and Corridors, edited by Dr. Loshini Naidoo, Intech, Croatia, pp. 255, 260.
8) http://www.schizotaiwan.net/?lang=en
9) http://hackteria.org/
10) http://www.pinaryoldas.info/
11) Von Uexküll J., Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, Illustrazioni di Georg Kriszat, a cura di Marco Mazzeo, Quodlibet, Macerata 2010.
12) Delfanti A., Biohackers. The Politics of Opens Science, Pluto Press, New York 2013 trad. It., Biohacker, Elèuthera, Milano 2013. http://issuu.com/plutopress/docs/delfanti_biohackers
13) “This metropolis dissolves society with its dualistic dialectic and the centrality of industrialist  work; it crushes culture in its homogeneous sense into syncretistic fluid mixtures; it dilates  communication, which meltes “all that is solid” in the pixel air. Instead of using inadequate terminology (post-modern above all), the most interesting explorations between  anthropology and architecture identify the ubiquitous context where bodies and spaces are mixed in a transurbanism process (Koohlaas: 2001, Mulder: 2002). This transformation is  based on the already perturbative and now normalized body-corpse panoramas along  metropolitan areas and on the possibilities for a new subject (“multividual”) to transit into interstices, producing transitive metropolises and ubiquitous identities. The ubiquitous  metropolis is material-immateria”. Canevacci M., Digital Auratic Reproducibility: Ubiquitous Ethnographies and Communicational Metropolis cit., pp. 265-266.
14) http://sputniko.com/
15) http://www.youtube.com/watch?v=6P1uFNdKdQA
16) http://www.youtube.com/watch?v=m3D6FLSjeXI
17) http://www.youtube.com/watch?v=rdU1F54FEOU
18) http://www.youtube.com/watch?v=gnb-rdGbm6s
19) “C’è un futurologo nel vostro futuro”. Dossier a cura di Antonio Caronia, in SE Scienza Esperienza, settembre 1987.

 

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