Addio a Pierre Restany, lo spirito libero della critica

Restany non si occupava di arte tecnologica ma non era affatto estraneo alle tematiche di Noema. Pi? in generale, pu? essere considerato un esempio nel panorama dell'arte contemporanea. Viaggiatore infaticabile, frequentatore e spesso amico dei pi? grandi artisti e creativi fin dai loro esordi, era una persona lucida e aperta che nei fenomeni culturali, anche i meno appariscenti, sapeva riconoscere gli elementi innovativi, cogliere i risvolti, anticipare le ricadute.

From: Pier Luigi Capucci

Questo spazio avrebbe dovuto essere dedicato alla Biennale di Venezia, di cui in questi giorni si è inaugurata la 50° edizione. Certo non sarebbe mancato, anche a questa edizione, con la sua caratteristica silhouette, capelli e barba lunghi e bianchi, il suo sigaro, Pierre Restany, uno dei più importanti critici e conoscitori d’arte contemporanea del mondo, spentosi il 29 maggio dopo una lunga malattia. Il giorno dell’inaugurazione presso il Padiglione francese c’è stata una breve quanto intensa commemorazione, che ha visto una grande partecipazione.

Restany non si occupava di arte tecnologica ma non era affatto estraneo alle tematiche di Noema. Più in generale, può essere considerato un esempio nel panorama dell’arte contemporanea. Viaggiatore infaticabile, frequentatore e spesso amico dei più grandi artisti e creativi fin dai loro esordi, era una persona lucida e aperta che nei fenomeni culturali, anche i meno appariscenti, sapeva riconoscere gli elementi innovativi, cogliere i risvolti, anticipare le ricadute. Era portatore, ben prima che divenisse un termine di moda, di una “cultura globale” che sapeva guardare alla generalità dedicando estrema attenzione alle particolarità, agli aspetti “locali”.

Conoscevo Restany dall’89. Con lui ho partecipato all’esperienza di D’Ars, di cui era direttore, e poi a quella di Domus, di cui faceva parte e in cui volle che entrassi durante la direzione Burkhardt per occuparmi di new media e comunicazione. La sua figura straordinaria, i suoi meriti, la sua attività, i suoi libri, il suo rilievo nella storia dell’arte contemporanea sono stati ricordati in vari articoli apparsi sulla stampa, e anche sul Web è possibile trovare molto materiale su di lui. Delle sue molte qualità, tre, a mio avviso, erano rare.

La prima era una concezione aperta dell’arte. Per lui non esistevano steccati tra forme artistiche e non aveva pregiudizi sugli strumenti utilizzati dagli artisti. A differenza di altre personalità del mondo dell’arte, spesso chiuse in posizioni preconcette e conservatrici, accettava tranquillamente l’idea che l’evoluzione artistica dovesse abbracciare gli strumenti della contemporaneità. Non cercava, come spesso avviene, di ricondurre sempre e a tutti i costi, appiattendola, l’evoluzione delle forme espressive dentro canoni consueti e conosciuti, di inquadrare insomma il nuovo nel già noto: la sua idea di arte era aperta e declinata al futuro. Per esempio era profondamente incuriosito dall’arte tecnologica, e pur non essendone uno specialista ne comprendeva il rilievo, le tematiche, gli apporti culturali, i risvolti etici.

La seconda qualità era il suo disinteresse per gli aspetti mercantili e di potere. Una volta mi disse: “Avrei potuto diventare molto ricco, ho conosciuto tutti gli artisti più importanti. Ma non ho mai chiesto niente per me, un’opera, un lavoro…”. Non fu mai direttore della Biennale di Venezia, nonostante che varie volte fosse stato indicato tra i papabili e nonostante possedesse una conoscenza e un’esperienza internazionali che avevano ben pochi termini di paragone. Si teneva fuori dai giochi, politici, mercantili, dalle lobbies dell’arte: la sua avventura nel mondo dell’arte era fatta di passione, una pura avventura umana e intellettuale. Era uno “spirito libero”, come amava dire degli artisti.

La terza qualità, la più rara, era una stupefacente capacità, quasi visionaria, di vedere il futuro, che forse gli derivava anche dal suo cosmopolitismo e dall’inesauribile pulsione a viaggiare e conoscere. Gli argomenti che proponeva alle riunioni di D’Ars spesso spiazzavano i redattori, ma sovente anticipavano ciò che sarebbe accaduto di lì a breve, non solo nel mondo dell’arte: avvenne, per esempio, in occasione della caduta del Muro di Berlino. Per quanto riguarda i new media, nonostante non ne fosse un esperto e non avesse dimestichezza con gli strumenti tecnologici (non l’ho mai visto usare il computer, o il cellulare…), ne aveva intuito molto presto l’importanza. Nell’89 mi fece entrare nella redazione di D’Ars, che così divenne una delle prime riviste in Italia ad avere un responsabile di questi argomenti e almeno un contributo fisso in ogni numero. All’epoca occuparsi di questi temi nel nostro Paese era perlomeno bizzarro, farlo poi all’interno del mondo dell’arte doveva apparire quasi sacrilego. Anche qui ha avuto ragione, come hanno dimostrato l’evoluzione della cultura, della società e dell’arte, Biennali di Venezia comprese.

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